Novità

24.05.2019

Salute e medicina

Anziani con Alzheimer, si usano troppi sedativi?

La malattia di Alzheimer o meglio la diagnosi di Alzheimer sopraggiunge all’improvviso e da quel momento tutto cambia. 

 
Tutto ciò che fino al giorno precedente appariva strano ma accettabile diventa fonte di preoccupazione e si trasforma in mille domande che non trovano risposta. L’Alzheimer infatti, grava non solo sulla persona colpita ma sull’intero nucleo familiare che da subito viene travolto da un’unica certezza di Alzheimer ad oggi non si guarisce.
 
La malattia stravolge tutto e coinvolge tutti, perché è proprio sulla famiglia che attualmente risiede il maggior peso assistenziale, come dimostrano le statistiche:
 
  • Il 10 % delle persone affette da demenza è ricoverato in istituzione 
  • Il 15% vive solo 
  • Il 25% con il nucleo familiare di origine 
  • Il 50 % dipende dal solo coniuge 
 
La partecipazione della famiglia nella cura, nell’assistenza dell’anziano diviene pian piano totale. Tutto ciò porta ad un allontanamento dalle relazioni sociali, dalle abitudini precedenti ad una sovrapposizione di ruoli lavorativi, familiari, genitoriali che generano stress, ansia e frustrazione oltre a una forte sensazione di impotenza. Ecco perché la seconda vittima dell’Alzheimer viene considerata a ragione proprio la famiglia. 

 

Anziani con Alzheimer, la solitudine delle famiglie

 
L’Alzheimer nella maggior parte dei casi diviene sinonimo di solitudine, la solitudine del malato che  più o meno gradualmente perde la propria storia, i propri legami e abilità ma anche la solitudine della moglie, del marito, dei figli che vedono i ruoli invertirsi e che spesso per timore o vergogna rimangono confinati in casa. Prendersi cura di una persona con demenza richiede sacrifici, risorse ed energie per un periodo di tempo anche superiore ai 10 anni anni in cui in modo più o meno repentino compaiono disturbi comportamentali, complicazioni dovute all’età e alla presenza di più patologie , fino alla totale non autosufficienza. 
 
Durante la fase avanzata della malattia la persona affetta da Alzheimer perde la capacità di comunicare, piano piano si chiude in mondo tutto suo, spesso incomprensibile a chi gli è accanto e diviene difficile interpretare i bisogni e le sofferenze. 
 
Ancora una volta le conseguenze sono drammatiche: chi è affetto da demenza  non riesce a comprendere, e soprattutto ad esprimere ciò di cui ha bisogno caldo, freddo, fame, sete, e ciò che prova dolore, rabbia, paura. Chi assiste a domicilio non sa come comportarsi di fronte ad atteggiamenti aggressivi, lamentele continue, richieste impossibili poiché non riesce a trovarne motivazione. 
 
Nell’incapacità di comprendere per offrire risposte adeguate spesso ci si trova a chiedere di “tamponare” i sintomi attraverso l’uso di sedativi, terapie inappropriate e inutili ricoveri che producendo nell’anziano ancora più smarrimento ed ansia richiedono un’ulteriore terapia. 
 

La denuncia della dott. ssa Cantini

 
La dott ssa Cantini che lavora presso l’ospedale di Pistoia  durante il Congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer, organizzato dall’Unità di Medicina dell’Invecchiamento dell’Università di Firenze in merito all’uso inappropriato di sedativi nelle persone affette   da demenza afferma:
 
“È un fatto”, dice appunto la dottoressa, “che ancora oggi i malati di demenza sono curati in modo frammentato, in assenza di una pianificazione condivisa con operatori e familiari. Il che si traduce in ripetute ospedalizzazioni (ma l’ospedale è poco adatto a gestire questi malati), utilizzo di farmaci inappropriati, indagini diagnostiche e trattamenti invasivi. Condizioni che non prolungano la sopravvivenza, mentre contribuiscono ad aumentare stress e sofferenza”. 
 

Per curare il malato è necessario educare chi assiste

 
Ne consegue che oltre a curare la persona affetta da Alzheimer attraverso l’utilizzo di terapie farmacologiche e non personalizzate è ad oggi fondamentale prendersi cura anche della famiglia e delle assistenti familiari che pur conoscendo la malattia si trovano impreparate a gestirla ed interpretarla soprattutto nella fase terminale. 
Offrire supporto, servizi integrati che lascino alla famiglia la possibilità di trovare del tempo per sé,  offrire ascolto , realizzare percorsi di in-formazione momenti di confronto costanti nel tempo rappresentano attività indispensabili e per permettere a chi assiste non solo di conoscere la malattia ma di essere sostenuti nella sua evoluzione.
 
La dott.ssa afferma : “che questo non sempre questo accade e la famiglia e le badanti spesso non hanno idea di cosa stia capitando al malato, raramente sono formate a riconoscere le patologie di un malato ormai in fase terminale non più in grado di esprimersi a parole.”
 
 
L’educazione dei caregiver rappresenta perciò una strada obbligatoria per migliorare la qualità dell’assistenza e prevenire situazioni di grande stress che colpiscono chi assiste. 
 
Non è facile spiegare ai familiari e alle tante assistenti che spesso atteggiamenti aggressivi, frasi ripetitive, lamenti continui ed urla non sono rivolti a loro ma rappresentano l’unico modo che l’anziano ha a disposizione per manifestare sofferenze e disagi.  Provare a capire se ha dolore alla testa,  fastidio ai denti o alla pancia oppure se avverte paura per un rumore non riconosciuto è il primo passo per offrire una terapia adeguata. 
Il sedativo che sicuramente è necessario in alcune situazioni alcune volte può essere inutile poiché attenua i sintomi ma non cura la causa.   
 

La Divisione Family Care crede fortemente nel valore della formazione

 
Ecco perchè tutte le assistenti familiari sono formate e preparate sulle problematiche dell’invecchiamento ed in particolare sulla malattia di Alzheimer. Questo ci permette di offrire servizi efficienti e di qualità ponendosi costantemente accanto alle famiglie e ai loro bisogni. Scopri l’agenzia Family Care più vicina a te.